
di Sergio Martino
Milano, inizio anni '70. Sono le prime ore di un uggioso mattino e non v'è anima viva a percorrere le desolate strade asfaltate della metropoli meneghina. Solo lui, il commissario Giorgio Caneparo (Luc Merenda), la sua Fiat blu e un mare di pensieri a zonzo per la testa. Solo Caneparo, accompagnato per tutto il tragitto dalle tristezze urbane dei Fratelli De Angelis, a sottolineare la solitudine del nostro eroe in divisa. Così comincia in tutto il suo splendore espressivo e malinconico "Milano Trema - La Polizia Vuole Giustizia" di Sergio Martino (regista che ha firmato autentici capolavori, spaziando dalla commedia-sexy al thriller) e con protagonista un duro e massiccio Luc Merenda nei panni del sopraccitato commissario di ferro. Intanto la pellicola prosegue lentamente e mostra il nostro villoso Caneparo che si appresta a concludere la sua noiosa giornata in una buia stanza del capoluogo lombardo. Fin qui sembra di assistere a "Milano Russa - La Polizia Può Stare Tranquilla", ma improvvisamente lo schermo catodico (al plasma per i ricconi) viene investito da rapide sferragliate di vagoni tranviari. Il convoglio è pieno di sbarre, carabinieri, e loschi banditi in luride maglie che paiono essere state prese in prestito dal set polveroso di "Trinità". Tre delinquenti da trasferire: unti fino ai capelli di madido sudore, sguardi torvi e vigili, e per finire una barba incolta, perfetto identikit da scassinatore di periferia. Il perché del loro visibile nervosismo è presto detto. Adducendo il pretesto di poco chiari bisogni fisiologici, uno di loro uccide con una secca coltellata il primo carabiniere, si impossessa della sua mitraglietta e dà inizio ad una vera orgia di piombo e sangue all'interno del vagone. Muoiono tutte gli agenti e ci lascia la pelle anche uno dei delinquenti. Ma i due superstiti non perdono certo tempo, si gettano dal treno ancora in corsa e, armati di tutto punto, si danno alla macchia per la brulla campagna lombarda. Durante l'agitata evasione si imbattono in uno sfortunato automobilista con figlioletta al seguito e, senza scrupolo alcuno, scaricano un'altra tonnellata di confetti di piombo sul poveretto. Quindi si impossessano dell'auto e... mani sul volante, acceleratore a tavoletta, e via con la disperata fuga. In macchina c'è anche la povera bambina che non smette di frignare impaurita, singhiozzi che presto fanno perdere le staffe al capobanda, il quale in preda a esasperante nervosismo ordina al suo complice (Luciano Rossi, un tipico volto da malavita) di sparare sulla piccola, non senza aver sofferto per l'estrema decisione.
A questo punto entra in scena il commissario Caneparo, prontamente avvisato della scia di sangue dei due evasi. La vista del corpo inerme della giovane vittima avvolta nel candido grembiulino insozzato dal sangue innocente, sembra non emozionare il nostro protagonista.
Ma si sa, gli eroi hanno viso roccioso e cuore d'oro, e quindi con calma e sangue freddo si prosegue con la caccia all'uomo. Dopo aver accerchiato i due evasi ormai senza via di scampo, Caneparo concede loro un minuto per arrendersi. Con copiose gocce di sudore sulla fronte, i banditi alzano bandiera bianca e con le mani in alto escono allo scoperto. Ma il commissario ha una concezione della giustizia tutta personale, e senza pensarci due volte scarica un intero caricatore sui fuorilegge dopo aver pronunciato con voce ferma e decisa "Il tempo è scaduto". Una scelta così radicale costerà naturalmente al nostro un'inchiesta interna, come gli comunicherà il suo amico e collega Del Buono (Christea Avram). Durante la conversazione, l'uomo informa inoltre Caneparo che è intento a seguire una pista che porterà agli arresti dei responsabili di un imponente giro di rapine nel Nord Italia. Un'indagine che sta per essere ultimata a breve. Ma la tragedia è dietro l'angolo. Nonostante la ritmata e sensuale song di background, le atmosfere solari e varie scene di vita quotidiana, ecco il commissario Del Buono che viene improvvisamente assassinato da un misterioso uomo che fugge su una berlina nera subito dopo il delitto. Il mondo politico è, come da copione, sconvolto e la missiva firmata dal Ministro degli Interni non smuove il roccioso protagonista, la situazione è scomoda ma non gli proibisce di non esporre le sue opinioni sull'omicidio e di come le parole del governo sono e rimarranno solo parole. Fra il malcontento delle autorità, Caneparo non può evitare di fermarsi nell'ufficio del compianto Del Buono per riflettere. Qui viene raggiunto dal collega Gianni Viviani (Silvano Tranquilli, altra presenza quasi fissa dei piombo movies) a cui espone le sue idee sull'attentato e dei retroscena dell'azione armata. La vedova Del Buono non è al corrente delle indagini del defunto e quindi per il nostro si profila un'azione estrema e ad alto tasso di rischio: quella dell'infiltrazione nelle file del nemico. Passano intanto i mesi, i giornali si limitano a riportare solo vaghe ipotesi sull'omicidio Del Buono, ma ecco che ritroviamo Caneparo (con look da borgata e capelli più lunghi) passare in rassegna le strade popolate da prostitute. Fra vecchie battone che strillano e imprecano in slang popolare, l'occhio del fascinoso sbirro cade su una fulgida e conturbante rossa (Lia Tanzi in very bitchy-mode!), finendo per trascorrere una serata di passione in casa dell'avvenente "signorina", appartamento che si rivelerà in seguito essere del... fidanzato! Giunto il momento, Caneparo estrae il suo pistolone, con marchio Colt stampato a caldo: in poche parole una rapina bella e buona. Il mattino successivo ecco giungere il "fidanzato" su sottofondo delle incalzanti musiche dei De Angelis (al loro meglio), un bulletto su fuoriserie, pantaloni in pelle e foulard annodato sul collo. Fermamente deciso a picchiare a sangue il rivale, il "fidanzato" viene rispedito nella sua auto a suon di schiaffoni da un impassibile e sempre sorridente commissario undercover. E anche la rossa sembra gradire, tanto che il nostro si stabilisce definitivamente a casa sua.
Le indagini proseguono e, dopo aver "strapazzato" un vecchio informatore, Caneparo riesce a entrare in contatto con l'uomo che gestisce il giro di rapine: l'elegantissimo Padulo (il sempre efficiente Richard Conte, nell'ennesima versione di boss della malavita). Nella stessa occasione conosce anche la dolcissima Maria Ex (Martine Brochard) con la quale, dopo una breve cena, terminerà la serata nella Comune ove la donna vive, luogo frequentato da una moltitudine di hippy dediti al sesso più libero ed esplicito. Ma il commissario non ha nessuna intenzione di fare sesso sotto gli occhi di tutti, pertanto se ne va visibilmente infastidito, non prima di aver manifestato il suo malumore con una gentilezza di nobili origini ("Piuttosto che dartelo in questo posto mi faccio delle seghe per tutta la vita!"). Mentre esce dalla Casa degli Angeli riesce a depistare gli uomini del Padulo che lo avevano precedentemente seguito (fra questi Claudio Ruffini, tipico compagno di scazzottate di Bud & Terence) e ad invertire le parti. Mossa alquanto ingegnosa che lo porterà il mattino successivo a scoprire che il Padulo ha organizzato un'altra rapina ai danni di una banca milanese. A bordo di una Squalo nera, il commando (fra questi l'onnipresente faccia di piombo Riccardo Petrazzi, maestro d'armi e interprete di svariati malavita movies) si appresta a raggiungere il luogo del misfatto. Naturalmente con Caneparo alle costole (e con mega-sorriso old fashion!). Nel pieno della tensione, il nostro con una ricetrasmittente confiscata a un petulante quattrocchi di un negozio di elettronica, chiama a raccolta numerose volanti. Nel giro di pochi minuti la zona si riempie di Alfa Giulia e i tre rapinatori, ormai alle strette, tentano la fuga trascinando due donne in ostaggio. Il folle inseguimento ha un epilogo tragico, con la vettura totalmente distrutta e accartocciata su un albero in seguito ad uno scontro con una delle pattuglie. Incidente in cui perderà la vita anche il compagno di Maria Ex, confortata senza grossi risultati dal roccioso sbirro. Recandosi nell'appartamento della conturbante vecchia conoscenza che batte il marciapiede, Caneparo fa di tutto per essere inseguito dagli scagnozzi del Padulo (momenti di grande cinema con prospettive dal basso che inquadrano lo spigoloso faccione di Merenda e musiche torbide ed avvolgenti della premiata ditta De Angelis!).
L'appartamento della rossa (come sempre al lavoro) risulta essere un'ottima copertura per il tutore dell'ordine ancora in incognito, e su ordine del Padulo i due sicari conducono lo sfacciato Caneparo dal boss, che lo mette alla prova per la sua prossima rapina. Su una rombante coupé inizia una furibonda e incalzante corsa cittadina, fra semafori rossi, testacoda, strade sterrate e inversioni ad U, la macchina giunge sana e salva a destinazione nonostante una vistosa ammaccatura ben visibile in una scena. Magie del montaggio! Con questa prova di autentica bravura automobilistica, si guadagna l'ingaggio come autista scelto della rapina. Il mezzo sarà una BMW bianca, in cui troveranno posto altri tre complici (capeggiati da Bruno Corazzari, il Rutger Hauer italiano). Stavolta la rapina va in porto, ma nonostante ciò il perfido capobanda non risparmia un'innocente in dolce attesa. E a questo punto ecco avere inizio uno dei più lunghi, incalzanti, tesi e spettacolari inseguimenti di tutto il poliziesco all'italiana. Gomme roventi, asfalto bruciato, carrozzerie divelte e scene ad alto tasso d'azione, un confronto polizia-mala su ruote fra i più coinvolgenti mai visti su schermo. E soprattutto una scena imprevedibile: la folle corsa si conclude nel cortile della questura meneghina, con l'uccisione del capobanda ed il ritorno di Caneparo nella sua legittima casa. Iniziativa che ha causato non pochi problemi. Il vecchio che ha indirizzato Giorgio al "Jolly Club" viene brutalmente assassinato nel suo capanno, e lo stesso locale viene dato alle fiamme. Intanto Caneparo, ormai svelata la sua vera identità, mette sotto interrogatorio una spaventata Maria Ex, tentando di strappare qualsiasi utile informazione sul vertice dell'organizzazione criminosa, ma la ragazza è completamente all'oscuro. Rimane quindi l'ultimo tassello dell'organizzazione, colui che gli ha dato piena fiducia nell'ultima rapina, il Padulo. Ma il Padulo è solo il soprannome del Salussoglia, stimato professionista milanese che, spaventato dalla presenza del commissario, cerca di farlo cacciare dal suo ufficio, ma non ha fatto i conti con il furibondo protagonista che, senza ripensamenti, dà inizio ad una feroce colluttazione fino all'arrivo dei dipendenti del sanguinante Padulo. Il messaggio di Caneparo è chiaro e terrificante: "Ti spezzerò le gambe e le braccia. Ed allo specchio sarai irriconoscibile!". Il questore è irremovibile: per incriminare uno stimato professionista come il Salussoglia servono delle prove concrete.... Caneparo corre subito da Maria, ma il destino è in agguato, o meglio colui che rappresenta il vertice dell'organizzazione dà l'ordine immediato di fare fuori la ragazza, che puntualmente viene investita ed addio testimonianza. L'ultima possibilità per sbattere al fresco Salussoglia gli viene quindi offerta dai superstiti del commando della rapina, ma è tutto inutile. In preda al terrore, uno si impicca in cella, mentre l'altro afferma di non conoscere il Padulo.
E quindi lo "stimato professionista" può tornare tranquillamente a casa, coi suoi bei grattacapi: il suo superiore e relativo braccio armato (l'uomo che ha sparato a Del Buono). Dietro minacce e un cospicuo compenso, Salussoglia viene costretto a lasciare Milano, ormai la sua situazione è troppo scomoda e pericolosa. Ma poco prima della partenza, ecco giungere in casa del Padulo il commissario per nulla deciso a mollare l'indagine. Interrogato sul nome del mandante dell'assassinio del mai dimenticato Del Buono, il Padulo abbandona la maschera sicura e determinata trasformandosi in un agnellino impaurito che ha ormai perso le sue coordinate; la risposta non soddisfa per nulla l'ormai incazzatissimo commissario. Improvvisamente partono i colpi di pistola tra i due e dal piombo si passa alle mani: volano pugni, sedie, gambe di tavoli, poltrone retrò… La scazzotata si conclude drammaticamente con un Salussoglia col cranio sfondato. Via quindi in ospedale a sirene spiegate, ma la situazione è critica. Caneparo decide di avvertire il collega Viviani, ma una scoperta illuminante chiarisce l'intero quadro: il contenuto del portacenere di Viviani si rivela sconvolgente. La presenza degli zampironi fumati dal Padulo è un fulmine a ciel sereno. Il nostro capisce ormai che il Gran Capo, il vertice dell'organizzazione criminale è proprio lui, Gianni Viviani. Naturalmente il nostro cerca di bluffare, facendo capire all'uomo che l'ormai morente Salussoglia sa tutto, compreso il suo coinvolgimento. I testimoni scomodi vanno eliminati senza pensarci due volte, e puntuale come un orologio svizzero, il killer di Del Buono aggiunge il Padulo al suo carnet. E sarà l'ultimo nome in lista, perché il commissario è lì ad attenderlo con la pistola carica. Due colpi secchi, morte per il killer austriaco e ferita superficiale per l'eroico tutore dell'ordine. Convalescente in ospedale (petto villosissimo in bella mostra), il nostro coraggioso protagonista riceve la visita di Viviani. Ormai scoperte le carte, il corrotto chiede al collega la collaborazione in un folle piano al di là della legge, ed il commissario di roccia fa finta di acconsentire siglando il patto di piombo con una stretta di mano.
Appena dimesso, Caneparo corre subito da un Viviani intento a partire e con fredda determinazione annulla la neonata collaborazione. L'uomo ha fretta di partire e prosegue per la sua strada con preoccupato timore, seguito dall'incontentabile commissario deciso a porre fine all'assurda storia. Ha inizio un altro folle inseguimento; niente guardie e ladri questa volta, ma solo due pedine allo stesso livello. Scontri furibondi, glaciali e spietati che portano ad un'atroce e in fin dei conti meritata morte l'ultima pedina di quella partita violenta. Un film, tacciato in diverse occasioni di "simpatie fasciste" a causa di certe battute, che suona come una disperata denuncia alla giustizia, quell'aspetto sociale che dovrebbe assicurare ai suoi custodi il compito di mantenere un ordine, ma che il più delle volte li lascia disarmati e privi di sicurezze. Come il commissario Giorgio Caneparo che abbandona la pistola sull'orlo del precipizio subito dopo aver ucciso il collega Viviani. Ottime musiche curate dai De Angelis, ottimi inseguimenti, interpreti decisamente all'altezza. E ora posso dire che Milano ha tremato. E di brutto.