Recensioni già apparse su KRONIC




Stefano Biasin Trio "S/T"
Dopo una stralunata esibizione in occasione del III Congresso Post-Industriale, aspettavamo con timore e curiosità il primo documento sonoro dello S. Biasin Trio. Un trio che prende il nome da Stefano Biasin, personaggio storico dell’underground italiano e fondatore della costola veneta del discusso Tempio della Psychick Youth e concluso da Luigi Russolo e devi(l)s. g. che con Alberto Maria Kundalini (qui in veste di diabolico ospite) costituisce lo zampino luciferino del Teatro Satanico.
Gran parte delle musiche sono opera di devi(l)s, di conseguenza non è errato pensare che il mood generale del CD omonimo sia riconducibile alle gesta scorrette del Teatro Satanico. L’elettronica è sempre guidata da quella vena psicotica, vene pulsanti di sangue rosso versato in un vortice di battiti cromati ossessivi e malati. I ritmi torbidi ed avvolgenti di “Cronica Negra” sembrano provenire da dancefloor di alta avanguardia stilistica, ma c’è un’aria di fondo e delle liriche filtrate che non lasciano dubbi sulla sua provenienza dalla città delle divinità caprine. La minacciosa “Bastardo” si districa tra una base electro lenta e cadenzata, liriche spezzate ed ululati disperati, mentre “Psicofarmaci” preme l’acceleratore su una song frenetica e ballabile con inserti elettronici che la rendono a prova di febbre del sabato sera. Dopo il peccato è da buoni cristiani espiare le proprie colpe con una breve e distorta “Ave Maria”, per ributtarci nella bolgia con una sottomessa “Cocococo”. Ma non è finita! Senza alcun preavviso, spuntano stridenti rumori industriali violentati da liriche possedute, un delirio bagnato dall’acqua santa febbrile e sulfureo. Una bonus track che ti assale alla sprovvista. C’è lo zampino caprino del Teatro Satanico?
Una sana seratina danzereccia, tra fumi diabolici e calici satanici, ritmi ossessivi a base di elettronica al sapore di zolfo, senza cadere nei luoghi comuni della blasfemia del metal in bianco e nero.
G.S. "Metafyzika"
Si presentano con un’ermetica sigla, G.S. Misteriosa, un po’ inquietante ma anche capace di incuriosire. Per completare il quadro dell’ignoto, “Metafizyka” è accompagnato da una confezione elegante con cartoline che immortalano corpi pietrificati in pose scultoree tra caos e secoli crudeli.
Le impronte lasciate da questa nuova uscita della ABM viaggiano all’interno del vasto mondo dark-ambient. Non mancano suggestioni rituali, spesso molto inquietanti come il lugubre canto della traccia II (niente titoli, niente nomi) ed una dose sottile ma tagliente di inflessioni industrial riconoscibili in freddi inserti percussivi di metallica provenienza. Il brano di apertura svolge egregiamente il lavoro di aprire le porte di un mondo pauroso che sfocerà nel bel mezzo di un’epica battaglia tra arie neoclassiche e pesanti battiti marziali. Si prosegue con una traccia III in bilico tra clangori arrugginiti in lontananza su cui fanno capolino elementi più percussivi e dinamici ed una cavernosa traccia IV che mischia pesanti bassi roboanti e glaciali tagli affiliati e penetranti come candide lamette. Prima di una minimale e poco incisiva traccia conclusiva (segnata col numero VI) ci si sbatte con meccanica ripetizione su un solido tappeto di bassi massicci che cercano di coprire con difficoltà i penetranti e cupi lamenti senza volto.
Pregno di nere atmosfere, dark ambient con venature più pesanti per non abbandonarsi in sconfinate soluzioni sonore senza capo né coda. Una chiusura piuttosto sottotono rispetto al valore generale ma non privo di suggestive istantanee marmoree.
Radio Kuolema "10050 Cielo Drive"
La vicenda ruotante attorno alle gesta della Manson Family è la chiave interpretativa per questo ermetico secondo lavoro di Radio Kuolema, giovane progetto italico già all’attivo con un CDr sempre per l’Ars Benevola Mater. Otto brani sulla fine violenta di Sharon Tate attraverso un ambient sporco, per nulla rassicurante con picchi di inquietudine da crudele cronaca nera. E un pizzico di noise flagellante.
“August 9, 1969”, quando tutto è iniziato. Una song oscura, disturbata in sottofondo e cristallina nel piano di Giuseppe Facchinetti, un doppio volto tra il lusso finto dei ‘pigs’ e la mente stravolta dei seguaci di Charlie. Urticante e graffiante il tappeto distorto di “The March of the Dancing Corpse”, mentre “Walking Down The Sunset” è un piccolo capolavoro ambient, puro terrore unito ad una tristezza infinita, lancinante nella sua semplicità compositiva. “All Good Children (Go To Heaveen?)” si bilancia in rumorismo minimale e tastiere ipnotiche, venti impetuosi soffiano nella “Death Valley”, una tempesta di sabbia sopra una traccia ambient cupa e malinconica. Le interferenze di “66.6 FM” sono disturbate ed alienanti, davvero una trasmissione radiofonica dall’inferno, la conclusiva e breve “Hollyweird” ci riporta nella realtà con ritmi frenetici e percussioni martellanti, senza dimenticare le folate di terrore che non conosceranno mai fine.
Una rappresentazione abbastanza fedele sul crimine del secolo, ancora attuale nella sua crudezza. Forse eccessivamente dispersivo nei passaggi più ambient noise ma il ‘trip’ musicale funziona egregiamente e non mancherà di allargare i ranghi della Famiglia…
Nostalgia "The House on the Borderland"
Pesantemente velato dalle atmosfere oniriche e fantastiche di Lovecraftiana memoria, “The House On The Borderland” si ispira invece all’opera di William Hope Hodgson, di cui il solitario di Providence era un sincero ammiratore. Nostalgia nasce dalle forze del noto compositore tedesco Mathias Grassow unite all’apporto fondamentale di Rüdiger Gleisberg e Luigi Seviroli. Potremmo etichettare la musica con la sigla dark-ambient, ma è solo un’abbreviazione di comodo, infatti l’ascolto apporta elementi sempre più vari e ricchi di sfumature.
“The House in the Arena” ha un inizio sottile, quasi delicato, se non fosse per l’apertura inquietante da letture horror che trova sfoggio in un contesto sempre più malvagio con tanto di percussioni lente ma stordenti. Al contrario, “The Thing in the Pit” spara improvvisamente terrore senza volto per aprirsi in seguito in friabili arpeggi pianistici che acquisteranno spessore e forza in un’aria da musica classica suonata in teatri senza luce né pubblico acclamante. Ogni brano sembra sfuggire al nostro controllo mostrando volti sempre differenti che subiscono metamorfosi assurde, “The Swine-Things” si staglia solidamente su una maestosa musica accompagnata da tristi arpeggi di pianoforte che troverà attimi di quiete in suoni più oscuri travolti senza preavviso da una cavalcata furiosa di percussioni ed arie quasi marziali. Le sorprese non terminano, “Fragments” cela battiti ballabili che verranno messi in secondo piano da un fitto livello sonoro di origine siderale che sembra preso da un thriller a sfondo medico; “In The Cellar” preme sull’acceleratore dell’inquietudine con lamenti sfuggenti e parti sonore ombrose e cupe che sembrano provenire da un organo lento ed angosciante.
Lavoro sfuggente, privo di prese solide e capace di viaggiare senza improvvisi shock in mondi musicali differenti. La natura elettronica dell’opera e, soprattutto, i samples di musica classica della Vienna Symphonic Library non tolgono piacere reale al risultato finale, senza mostrarsi sintetico o plastico all’occhio dell’ascoltatore. Suggestiva confezione in libretto A5 color verde scurissimo.
Our God Weeps "Prodromus"
Gli Our God Weeps sono uno dei tanti progetti che sono passati sotto l’ala prottetrice della Hau Ruck, la nota label gestita da Albin Julius. Dopo il CD di debutto intitolato “Unity” è ora di assaporare le loro sonorità nel ristretto spazio di un suggestivo 7” in pesante vinile nero. Una release che la nostrana Ars Benevola Mater ha confezionato con cura in una pesante copertina apribile con un inserto cartonato.
Data la brevità dei solchi, “Prodromus” consta di sole 3 songs, ma la sua sinteticità non toglie nulla alle profonde sonorità autunnali che il progetto ungherese è riuscito a creare. L’introduttiva “To Undestand” nasce dal silenzio delle arie epiche che si stagliano con più fulgore nei passaggi più marziali e nelle liriche declamatorie ma mai ossessive e violente. “Dies Ad Quem” è più solare ed aperta sulle memorie delle vecchie battaglie con timidi inserti pianistici ed archi per un tocco neoclassico. Si odono echi di vecchi Actus nella title-track conclusiva, sentori che vengono smorzati in un’abile intreccio di suoni e melodie, una miscela elegante di percussioni e folk nero di chiara matrice mitteleuropea.
Una buona ed accattivante combinazione di istantanee seppiate d’altri tempi e musica che abbraccia l’Est Europa con tutto il suo bagaglio culturale e sentimentale. La brevità dell’opera non guasta il suo forte sapore, ma contribuisce a dargli un’attenzione più interessata ed accorta.
Oxyd meets Sumad "Mysterious Places of Dead Souls"
Non confondetevi. Non si tratta di un un’unica entità, bensì di due progetti uniti nelle forze per creare conforto sonoro ad anime che vagano spaurite in posti misteriosi. Entrambi provenienti dalle grigie zone dell’Est, Oxyd e Sumad si sono incontrati per dare alle stampe un lavoro dove la dark ambient è scheletrica, onirica e scabrosa.
Immagini discordanti che trovano sfoggio fin dall’inizio, “Plasma” non si abbandona ad un unico sentiero ma abbraccia diverse sonorità, velate dalla paura, da soundscapes sognanti e da piccoli ma violenti passaggi percussivi. “Fatalrain” è sfuggente nella sua imprendibile lunghezza, rarefatta e trasparante, con un finale a base di delicati arpeggi pianistici. “Sanctum” aggiunge ampie dosi di isolamento mentale e fisico, un set minimale reso ancor più scarno da timidi tocchi luminosi. L’ascolto è disorientato, non confuso ma preciso nel suo labirintico dedalo di atmosfere e suoni ben amalgamati tra loro, “The Land of Pain” lascia spaesati ed impauriti per la mancanza di punti di riferimento, spettrale ed infestata da spiriti giocherelloni. Il finale di “End of Days” aggiunge cattiveria con bordate di synths apocalittici ed un set di percussioni marziali soffocate ma decise, una delle songs più dinamiche e cariche.
Mi sento di consigliare questo lavoro ad un pubblico rinforzato dall’ascolto di dosi abbondanti di musica dark ambient. Le soluzioni sonore di questa coppia mitteleuropea sono intricate e difficili da digerire anche per i più allenati. Suggestiva la confezione cartonata con cartolina in grigie tonalità metalliche.