Golgatha “Kydos – Reflections on Heroism” CD Athanor

Vi ricordate la (purtroppo…) defunta label tedesca Cthulhu? Il debutto ufficiale dei Golgatha non avrebbe sfigurato nell’ottimo catalogo dell’etichetta di Will-I Stasch. L’impressione è quella di ascoltare un progetto dalle forti radici rituali che concentrava i suoi sforzi su ogni singola traccia dandogli un’importanza concreta e mai fasulla. L’ottimo lavoro grafico della Athanor riflette egregiamente questi intenti, infatti il digipack spiega dettagliatamente il significato di ogni brano contenuto in “Kydos – Reflections on Heroism”.

Il percorso intrapreso dai Golgatha è quello di un ambient marziale sulla falsariga dei LJDLP, ma non mancano elementi folk impreziositi dai contributi di Ian Read, Tony Wakeford e Patrick Leagas. Nomi storici ed imprescindibili. L’apertura è affidata a “Death March”, una song catacombale presto violentata da un funereo tappeto di percussioni marziali ed inquietanti. L’eroismo visto da occhi differenti. “Fields of Honour” tocca elementi più drammatici dovuti a bordate di musica classica, samples vocali duri e declamatori e soffocate percussioni in lontananza, un brano dedicato alle vittime del massacro di Nanking. L’eroismo visto dalle vittime. I guerrieri del Vento Divino rivivono nella fosca “Kamikaze – 1945”, non molto differente dalla precedente song a base di opprimente ambient di stampo militaresco. Con “Icarus” si entra in contesti più orecchiabili, la ballata folk secondo la tradizione apocalittica si staglia epica con la voce a mio avviso eccessivamente teatrale di Patrick O’Kill, per la serie; grandi nomi, solo sulla carta. Lo spettro di Mishima rivive anche nella lenta e cupa “Worldserpent” spezzata da cadenzate percussioni, in “Heldentag” il timone viene preso saldamente da Ian Read e Tony Wakeford che ci propongono una profonda ballata folk secondo l’insegnamento del Sole Invitto. L’eroismo visto come morte. Come suicidio e come testimonianza guerriera. L’anima pulsante della guerra si materializza nella quasi tribale “Bury All Hope”, mentre “In The Name of…” si affida a pesanti tamburi militari, una marcia indistruttibile sui motivi che i guerriglieri spingono ad usare le loro affilate armi. Dopo una debole “Twilight Hills”, la voce di Patrick si ripresenta nella triste “Final Age Of Heroism”, un contributo meno pomposo e drammatico che ben si adatta alle memorie secolari evocate dalla delicata musica. “Eternal Peace” rappresenta la calma dopo la tempesta, l’estrema inquietudine dopo le folate di dolore e morte.

Evocativo e denso di statuarie atmosfere. Un viaggio notturno e denso di nebbia del ricordo tra sguardi d’acciaio e corpi temprati dalle battaglie. Da rimproverare un’eccessiva staticità del sound, specie nella parte finale che tende ad annoiare l’ascoltatore meno preparato.

Nessuna vita senza la morte.

Athanor